Capitoli di Minipimer


MINIPIMER - CAPITOLO 1
Il suono del citofono la riscosse dai suoi cupi pensieri. La vista del corriere in tuta arancione che le porgeva il voluminoso pacco la portò verso altri lidi, decisamente migliori di quelli che stava percorrendo ultimamente. Finalmente era arrivato! Il tanto desiderato, agognato, sospirato robottino era arrivato! Aveva risparmiato per mesi per potersi permettere quel gioiello che l’avrebbe aiutata in cucina. Da quando era stata licenziata aveva dovuto inventarsi un nuovo lavoro; messo nel cassetto il suo diploma di ragioniera aveva rispolverato la sua vecchia passione: l’arte culinaria. Aveva faticosamente allargato il suo gruppo di clienti per i quali regolarmente forniva pasti pronti, torte di compleanno, pizze e focacce. Aveva aperto un sito dove  vendeva menù settimanali per donne in carriera che, oberate di lavoro, la sera non avevano nemmeno la forza per pensare a cosa sbattere nel microonde per marito e figli. Non era né ricca né povera, era grata al destino per non dover più rispettare budget stilati da manager avulsi da ogni realtà lavorativa. Certo, doveva sorridere ai (fortunatamente pochi) clienti lagnosi ma almeno la sua vita non era avvelenata da capi pusillanimi e rancorosi.  
Aprì la confezione avendo cura di non rovinare la scatola, estrasse con amore materno ogni pezzo del suo “Tino il Robottino”, come già l’aveva soprannominato, e lo assemblò sul grande piano di lavoro dove le sue creazioni prendevano vita.
L’avrebbe inaugurato per preparare la torta ordinata dalla pasticceria “Le Merende di Concetta”. Odiava la titolare di quel negozio: una ex manager, prepensionata, dalla pelle raggrinzita dalla cattiveria più che dall’abuso di lampade, indossava abiti firmati di qualche decennio prima e si vantava come una gallina vestita da pavone. La tizia in questione, Concetta, appunto, non era mai soddisfatta di quello che le veniva fornito, si raccomandava della qualità delle materie prime, trovava difetti nell’accostamento dei colori, contestava soprattutto i prezzi. Nonostante questo continuava a tempestarla di ordini, e di ruggine. Il suo livore l’aveva resa una donna sola, abbandonata dal marito, dal figlio e pure dall’amante che avevano preso il largo da tempo per  sfuggire al suo astio.
Ma la sua torta di ricotta avrebbe vinto ogni animosità e regalato un po’ di dolcezza a quello stomaco irrancidito. L’impastatrice aveva funzionato a dovere, il ripieno era pronto, il forno caldo: tra mezz’ora il profumo di quell’amalgama di ingredienti avrebbe illanguidito il vicinato.
Le consegne del pomeriggio erano sistemate ordinatamente nella sua auto: due crostate per la festa di compleanno dei gemellini di casa Brambilla; tre focacce, quattro pizze big size e un vassoio di salatini per il party della Dottoressa Rossi; vellutata di zucchine e pollo imprigionato per la cenetta a due dei coniugi Lambertucci, pensionati goduriosi e, appunto, la torta di ricotta per l’arpia.
Il rumore del motore appena acceso sopraffece quello della suoneria del suo cellulare: solo a fine giornata avrebbe saputo le notizie nascoste in quell’sms.
Ecco la caffetteria “Le merende di Concetta”. Finalmente avrebbe consegnato l’ultima torta, riscosso il suo credito rimasto in sospeso da ormai due settimane, e poi sarebbe tornata a rifugiarsi nella sua casa-laboratorio. “Buon giorno Signora Concetta, le ho portato l’ordinazione”.
“Ma come” – rispose l’arpia –“non hai letto il mio messaggio? Ti ho scritto che dovevi venire domani: la torta di ricotta va consumata velocemente quindi è meglio averla venerdì pomeriggio, perfetta per il fine settimana” .
“Signora, non può scrivermi oggi per oggi: sa che preparo quotidianamente le ordinazioni. La torta gliela lascio subito, la mette in frigorifero e la può vendere anche tra tre giorni”.
“Non se ne parla nemmeno: io voglio solo roba fresca e quindi non provare nemmeno a rifilarmi domani la torta di oggi” replicò la vecchia befana, fresca di parrucchiere ma con le rughe in bella mostra profonde come canyon.
“Va bene, signora, torno domani con una nuova torta, intanto le chiedo di saldare il suo debito che ormai è a quota quattrocentonovantasei eur e trentatré centesimi”.
“Te li darò domani Angelica, al momento non ho contanti in cassa”.
Rientrò di umore nero come il fumo che emana un arrosto bruciato, coi pensieri cupi come il liquido che sprigiona una seppia impaurita, lampi di rabbia allo zafferano saettavano nel suo cervello.
Gliel’avrebbe fatta pagare a quella stronza. Fosse stata l’ultima cosa della sua sfigata vita. 

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